Milano - Baggio


All'alba di domenica 27 agosto tre pugnalate uccidevano un ventiseienne romano in quel di Focene, Ostia.
I media hanno parlato di "omicidio incomprensibile", di "balordi", di "rissa per futili motivi".
Ma già da subito qualcosa non tornava.
Renato Biagetti era un compagno attivo in città ed era appena uscito da una festa.
I suoi assassini lo hanno atteso in un vicolo scuro - da vermi - lo hanno provocato e urlato frasi deliranti di chiaro stampo fascistoide mentre lo accoltellavano al torace.
I due arrestati hanno 17 e 19 anni.
Uno è figlio di sbirri ed ha sul braccio, tatuata, una croce celtica.
Due fascisti. O meglio, due fascistelli che giocano, scimmiottano, pescando a piene mani da quella fogna a cielo aperto che è il fascismo. Non avevamo dubbi.
Semmai volevamo evitare d'apparire patetici e sviluppare pezzi d'indagine senza accedere ai fatti. Eppure la dinamica dell'agguato, il contesto e la filosofia che lo reggevano ci hanno, da subito, portato ad immaginare quel che in effetti è stato.
Fosse andata diversamente non sarebbe cambiato niente, certo.
Ma diversamente non è andata. Un altro compagno è morto, ucciso da mano fascista. Vittima del grande gioco di ruolo della tolleranza.
Non ti dimenticheremo Renato.
Per quel che conta.
anche il gatto ha caricato perfettamente la sua prima immagine, che si commenta da sola.
Roma, come molti altri territori del nostro paese, è da qualche tempo e con una forza significativa, saccheggiata, preda di quelle proposte politiche che usano stereotipi, banalizzazioni, negazione della diversità, autoritarismo, che costruiscono valori e morali basati sulla supremazia. Che nelle fantasie di onnipotenza definiscono nemici tutti quelli che stanno fuori da queste logiche. La destra sociale e politica ha avuto per molto tempo uno spazio enorme per poter insinuarsi e attestarsi sul territorio romano, sostenuta nella sua avanzata da un'idea di normalizzazione che passa attraverso la riscrittura di una storia che vede i torturatori assomigliare sempre più ai torturati.
Questo strano obiettivo della normalità, o piuttosto della normalizzazione, ha visto e vede alcuni attori protagonisti e altri spettatori. I protagonisti sono tutti coloro che negli ultimi anni hanno voluto riscrivere pezzi di storia, costruendo nel presente giustificazioni ideologiche per la rifioritura di tutti i fascismi; tutti quelli che hanno alimentato il tessuto per le aggressioni, intimidazioni, limitazioni della libertà di esprimere creatività e opinioni sui corpi come nelle parole; tutti quelli che hanno fatto alleanze con forze politiche di estrema destra per candidarsi a governare questa città. Quelli che hanno fatto campagna elettorale viaggiando su camionette di camicie nere in giro per la città.
Roma quindi, una città laboratorio di una destra neofascista che qui ha costruito una strategia chiara, decisa. Un laboratorio sociale e politico che crea loghi, slogan, linguaggi e azioni ormai «normalmente» inclusi e compresi nel suo paesaggio. Una città che vorremo riconoscere capace di rompere questa normalità tornando a scandalizzarsi, a rifiutare l'idea che è possibile far convivere sullo stesso territorio il museo della Shoa, il mausoleo alle fosse Ardeatine con i covi di organizzazioni neonaziste.
Gli spettatori sono invece tutti quelli che di fronte a questo processo non hanno saputo guardare con la dovuta attenzione. Agli spettatori si propone una storia, quella della morte di Renato dopo una sera di festa. Un ragazzo di 26 anni aggredito e assassinato all'interno di questo contesto, per mano di questa cultura. Una morte che non ha più bisogno di individuare nel suo assassino il militante neofascista per gridare a un nuovo allarme. Il silenzio prodotto da questa idea di normalità, l'indifferenza che ha avvolto la città in un clima in cui la diffusione della cultura della sopraffazione emerge dal centro fino alla periferia, ha prodotto morte.
Questa lettera aperta alla città di Roma vuole cominciare ad essere uno spartiacque, una presa di parola di tutti quelli a cui invece non appartiene il silenzio. Che sentono l'urgenza di interpretare questo fenomeno in una chiave sociale, culturale, diversamente politica. Questa lettera vuole affermare che l'indifferenza non può essere la nostra, che la voglia di vivere e cambiare il mondo significa innanzitutto opporsi a qualsiasi forma di sopraffazione, ai diversi modi in cui i fascismi si esprimono. Al sindaco e a tutti i cittadini di questa città questa lettera dice che non è possibile governare certe contraddizioni assimilandole, perché otto coltellate hanno definitivamente seppellito questa artificiale normalità.
Questa lettera parla di: territori, cultura, fascismi,la morte in una sera di festa.
Questa lettera parla a tutti coloro che non riescono a chiudere un occhio.
Roma, pur avendo un tessuto democratico consolidato, come molti altri territori del nostro paese, è da qualche tempo e con una forza significativa, aggredita da proposte politiche che usano stereotipi, banalizzazioni, negazione della diversità, autoritarismo, che costruiscono valori e morali basati sulla supremazia. Che, nella fantasie di onnipotenza definiscono nemici tutti quelli che stanno fuori da queste logiche. La destra sociale e politica ha avuto per molto tempo troppo spazio per potersi insinuare e attestarsi sul territorio romano, sostenuta nella sua avanzata da un’idea di normalizzazione e di equidistanza che passa anche attraverso la riscrittura di una storia che vede i torturatori assomigliare sempre più ai torturati.
Questo strano obiettivo della normalità, o piuttosto della normalizzazione, ha visto e vede alcuni attori protagonisti e altri spettatori.
I protagonisti sono tutti coloro che negli ultimi anni hanno voluto riscrivere pezzi di storia, costruendo nel presente giustificazioni ideologiche per la rifioritura di tutti i fascismi; tutti quelli che hanno alimentato il tessuto per le aggressioni, intimidazioni, limitazioni della libertà di esprimere creatività e opinioni sui corpi come nelle parole; tutti quelli che hanno fatto alleanze con forze politiche di estrema destra per candidarsi a governare.
Quelli che hanno fatto campagna elettorale viaggiando su camionette di camicie nere in giro per la città.
Roma quindi, allo stesso tempo città dei movimenti, dell'autogestione, dei conflitti sociali e laboratorio di una destra neofascista che qui sta tentando di mettere in atto una strategia politica chiara, con obiettivi precisi. Un laboratorio sociale e politico che crea loghi, slogan, linguaggi e azioni ormai ‘normalmente’ inclusi e compresi nel suo paesaggio.
Una città che vorremo riconoscere capace di rompere questa normalità tornando a scandalizzarsi, a rifiutare l’idea che è possibile far convivere sullo stesso territorio il museo della Shoah, il mausoleo alle fosse Ardeatine accanto ai i covi di organizzazioni neonaziste.
Gli spettatori sono invece tutti quelli che di fronte a questo processo non hanno saputo guardare con la dovuta attenzione.
Agli spettatori si propone una storia, quella della morte di Renato dopo una sera di festa. Un ragazzo di 26 anni aggredito e assassinato all’interno di questo contesto, per mano di questa cultura. Una morte che non ha più bisogno di individuare nel suo assassino il militante neofascista per gridare a un nuovo allarme.
Il silenzio prodotto da questa idea di normalità, l’indifferenza che ha avvolto la città in un clima in
cui la diffusione della cultura della sopraffazione emerge dal centro fino alla periferia, questa volta ha prodotto morte.
Questa lettera aperta alla città di Roma vuole cominciare ad essere uno spartiacque, una presa di
parola di tutti quelli a cui invece non appartiene il silenzio. Che sentono l’urgenza di interpretare questo fenomeno in una chiave sociale, culturale, diversamente politica, che sentono la necessità e vogliono reagire.
Questa lettera vuole affermare che l’indifferenza non può essere la nostra, che la voglia di vivere e
cambiare il mondo significa innanzitutto opporsi a qualsiasi forma di sopraffazione, ai diversi modi in cui i fascismi si esprimono, togliendo loro ogni spazio di legittimazione ed agibilità.
Al sindaco, alle forze politiche e sociali e a tutti i cittadini, questa lettera chiede di rompere questo muro di indifferenza, di chiudere con la falsa idea dell'equidistanza condannando le violenze neofasciste e reagendo attraverso una forte mobilitazione democratica che sappia attraversare e riconquistare ogni angolo di questa città.
Sabato 2 Settembre 2006 ore 17:00
Appuntamento a Porta San Paolo Roma
Assemblea pubblica del 30 Agosto
Prime adesioni:
Singoli e rappresentanti:
Rosa Pira (mamma di Dax),
Haidi Giuliani (mamma di Carlo)
Massimiliano Smeriglio (Segretario Federazione Romana PRC),
Alessandra Tibaldi (Assessore alle politiche del lavoro Regione Lazio, Prc),
Luigi Nieri (assessore al bilancio regione lazio)
Ivano Peduzzi (Capogruppo Prc regione lazio)
Enrico Lucani (consigliere prc regione lazio)
Anna Pizzo (Consigliere Regionale regione lazio),
Nando Simeone (Vice presidente del Consiglio provinciale di Roma PRC),
Dante Pomponi (Assessore al lavoro e alle periferie Comune di Roma)
Adriana Spera (Capo gruppo PRC Comune di Roma)
Nando Bonessio ( Capo gruppo Verdi Comune di Roma)
Andrea Catarci (Presidente del XI Municipio Roma PRC),
Gianluca Peciola (Assessore Politiche giovanili Municipio Roma XI),
Alfonso Perrotta (Assessore politiche sociali Municipio Roma I),
Claudio Ortale (Consigliere PRC Municipio Roma 19)
Fabio Nobile (Segretario Federazione Romana PDCI)
Paolo Cento (Verdi Sottosegretario al Ministero dell’Economia),
Stefano Boco, (Sottosegretario all'agricoltura Verdi),
Giovanni Russo Spena (Senatore PRC),
Graziella Mascia (Deputata PRC)
Daniele Farina (Vice Presidente della Commissione Giustizia),
Salvatore Bondonna (Senatore PRC),
Francesco Caruso (Deputato PRC),
Giorgio Cremaschi (Segretario Nazionale Fiom),
Elvira Sabbatini Paladini (Direttrice Museo Storico della Liberazione),
Matilde Ferraro (Assessore Comune di Cosenza),
Sergio Bianchi (Derive Approdi),
Militant A (Assalti Frontali),
Paolo Didonè (Presidente Assoli Associazione Software libero),
Francesco Tupone (Linux Club Roma),
ISF (ass Io Sto con Falcone),
Alfonso di Stefano (Attac Italia),
Stefano Pennacchietti (coordinatore RSU Filt Cgil ferrovie)
Radici nel Cemento
Punkreas (gruppo musicale),
Africa Unite,
Marco Messina 99 Posse,
Tano D’amico (fotografo)
Alberto Grifi (regista)
Guido Caldiron,
Lanfranco Caminiti ,
Saverio Ferrari
Filippo Gatti,
Alfio Nicotra,
Fiorello Cortina
Libera Velo (Napoli),
Lorenzo De Tomasi.
Giovanni Castagna,
Emiliano Mallamaci,
Stefano Simoncini Iperinico,
Massimiliano Coccia
http://italy.indymedia.org/news/2006/09/1142095.php
Purtroppo nel re-indirizzare l'hosting di virgolaz.it (non siamo più su windows, ma su linux....e meno male), avevo perso qualche commento dell'articolo precedente.
Spero che alcuni siano tra questi che hai ri-postato.
Nema problema admin,
i commenti su indy e siti amici sono postati in tale quantità che questa selezione in eterna evoluzione che propongo ai virgoliani si autorappresenta alla grande anche se "in movimento".
Del resto siamo un piccolo cantiere artigianale di comunicazione e informazione, no?
ROMA A due anni dall'omicidio Biagetti l'appello della madre: «Non m'interessano le punizioni ma non dite che è stato ucciso in una rissa»
«Renato non era un balordo, voglio la verità sulla sua morte»
Giacomo Russo Spena - Il Manifesto - 27 Agosto 2008
Oggi sono due anni dalla morte di suo figlio Renato Biagetti. Ucciso, a soli 26 anni, fuori un locale di Focene, sul litorale romano. Per mano fascista. Aggredito e accoltellato. Da quel giorno lei, Stefania Zuccari, si batte nei tribunali per far emergere la verità, «per non far morire due volte mio figlio», e contrastare le nuove forme di razzismo e xenofobia. Così ha fondato, con altre mamme, l'associazione «Madri per Roma città aperta».
Non è soddisfatta della sentenza di primo grado che ha condannato uno dei due giovani a 15 anni di carcere per omicidio volontario?
Assolutamente no. La giustizia ritiene che Renato sia stato ucciso al termine di un banale diverbio tra balordi, una rissa degenerata, praticamente. È una vergogna. Mio figlio non è un balordo, non ha mai fatto una rissa né impugnato un'arma.
Allora cosa è successo quella notte?
Lui, Paolo e Laura (un amico e la fidanzata di Biagetti, ndr) sono stati attaccati a freddo. Gli aggressori hanno urlato: «Tornatevene a casa vostra». Quello non era il loro territorio. Dopo li hanno colpiti e accoltellati.
A ottobre ci sarà il l'appello per uno e inizierà il processo per l'altro, il minorenne. Cosa si aspetta?
Di una giustizia menzognera, non so che farmene. Se permane la tesi di una rissa, preferisco che gli imputati vengano dichiarati entrambi innocenti e mandati liberi. Non mi interessa l'idea della punizione ma la verità.
Ma perché accanirsi su Renato? In quel modo feroce...
È stato ucciso perché considerato un diverso. La verità è una sola: chi esce di casa armato di coltello per colpire chiunque possa essere considerato altro, di colore, gay, rom, di sinistra, è un fascista.
Episodi del genere si sono ahimè anche ripetuti.
Purtroppo. A Verona Nicola (Tommasoli, ndr) era un ragazzo col codino, un po' alternativo ed è stato massacrato. È la stessa modalità della morte di mio figlio.
In questi due anni però non è certo rimasta con le mani in mano ad aspettare gli eventi...
Da un gruppo di mamme è nata Madri per Roma città aperta. Delle donne pronte a battersi contro ogni forma di intolleranza. Abbiamo fatto in poco tempo molte iniziative in giro per l'Italia, entrando in contatto con altre mamme ansiose di giustizia come Patrizia Aldrovandi e Haidi Giuliani. Ci siamo e ci saremo per difendere i nostri figli, troppo spesso accusati d'esser terroristi, drogati o diversi. Di loro siamo fieri e siamo pronti a difenderli.
Celtica al collo e coltello alla mano: la dotazione del sindaco di Roma e dei suoi "bravi".
Ai margini dell'iniziativa dedicata a Renato Biagetti è scattato l'ennesimo assalto all'arma bianca.
Alle 04:30 una decina di infami, coltelli e bastoni alla mano, hanno aggredito quattro ragazzi che, dopo l'iniziativa, stavano tornando alle loro auto.
Un agguato in classico stile squadrista, colpendo a "lamate" da dietro le spalle.
La pronta reazione dei compagni ha evitato il peggio, mettendo in fuga i neofascisti. Un ragazzo è ricoverato al Centro Traumatologico Ortopedico dopo aver ricevuto diversi punti di sutura alle gambe. Ecco la "sicurezza" che ci propugna il sindaco "LAMEmanno", che con questi loschi figuri sta flirtando da quando si è insediato al Campidoglio.
I camerati di Casa Italia Prati infatti - con la loro nuova associazione "AIR" - sono pronti ad entrare in AN, con il benvenuto del "sindacoltello" che ha premura di consolidare una alleanza strategica con le frange più estreme della destra radicale.
Il passaggio successivo sarà lo scioglimento nel PDL, manovra grazie alla quale i neofascisti sperano di attingere a piene mani nelle facoltose tasche di Berlusconi e agire indisturbati.
Ma non si definivano "ribelli"?
http://roma.indymedia.org/node/4346
Aug 30, 2008
Testimonianza del compagno che si trova al CTO con una coltellata alla coscia dopo l'aggressione fascista di questa sera.
play:
http://www.ondarossa.info/audio/2008_08_30_3727.mp3
di seguito il comunicato delle antifasciste e antifascisti di roma:
Agosto 2006-Agosto 2008: stesse lame, stesse trame
A due anni dall'omicidio di Renato Biagetti ieri a San Paolo al Parco Schuster si è svolta un'iniziativa in suo ricordo.
Migliaia di persone fin dal pomeriggio hanno condiviso attraverso la musica la memoria di Renato e il rifiuto della violenza fascista. Per tutta la durata dell'evento decine di furgoni di polizia e carabinieri sono state l'unica presenza sgradevole. Ad iniziativa ormai conclusa, verso le 4:30 del mattino, una squadraccia di circa dieci fascisti, armati di coltelli e catene, aggrediva alle spalle e nel buio di via Ostiense quattro compagni che ritornavano alle loro automobili.
Uno dei quattro è stato vilmente accoltellato più volte alla coscia e, una volta caduto, è stato colpito con un calcio in pieno viso, mentre gli altri sono riusciti ad evitare i colpi.
Gli aggressori sono fuggiti poco dopo. Il fatto è con ogni evidenza una rivendicazione da parte dell'estrema destra di quanto avvenuto due anni fa con l'omicidio di Renato e di una pratica ormai consolidata in quegli ambienti politici, che ha prodotto nella sola Roma, oltre ad episodi eclatanti (come l'assalto a Villa Ada, alla casa occupata di Casal Bertone, e all'università La Sapienza) centinaia di altre aggressioni passate inosservate e già denunciate dalle forze antifasciste cittadine.
A Roma, infatti, come in tutta Italia, si continua a fomentare un clima di paura, sia attraverso episodi di squadrismo e ronde, sia con un'inquietante ed imbarazzante militarizzazione del territorio. Ancora una volta individuiamo, pertanto, una linea di continuità tra questi episodi e le strategie politiche adottate tanto dai governi di destra, quanto da quelli di sedicente sinistra.
Alle ore 21:00 di oggi, 30 Agosto, ci ritroveremo al Parco Schuster per una prima iniziativa di comunicazione con la città.
Antifasciste ed antifascisti di Roma
(una pubblicazione postuma sull assassinio di Nicola Tommasoli)
Numero 27 / giugno 2008Caution! Fascist at work
“Cala la notte e messe a posto le cartelle, reggono i calzoni con due comode bretelle, rasano la testa, l’anfibio bene in mostra, coltello nella tasca, e incomincia la giostra. Drogato, negro, frocio, comunista, pervertito, terrone, punk ´a bestia, sadomaso, travestito inutile nasconderti sarai individuato e nel cuore della notte sarai sprangato”
(99 posse, Rigurgito antifascista, 1993)
A Nicola Tommasoli, ai suoi cari.
Alla morte di Dax un corteo scandì il suo nome e dei compagni esposero uno striscione sul portone d’una sede di An. Il clamore era assordante, lo stupore si tramutava in frenesia. Le tv minimizzarono. Quando uccisero Renato, a Focene, non successe praticamente niente. Il tg3 scoprì il neofascismo, anche se faticò a definire così la sottocultura responsabile dell’omicidio.
Come se il neofascismo avesse un’intrinseca nobiltà d’animo da tenere al riparo da rozzi paragoni. Dopo l’aggressione di villa Ada, le telecamere tornarono ad indagare il fenomeno. E di nuovo tutti finsero stupore. Mareggiate contro la scogliera. Ad ogni ondata grossa abbiamo gridato che non c’era più niente da guardare, che bisognava rendersi conto che chiamarsi fuori era un lusso che solo chi poteva, si permetteva.
Quando il cuore di Nicola ha smesso di battere, l’ondata ci ha colpito in pieno volto, annegando sul nascere una quantità di suggestioni spregevoli: Avete visto chi sono i fascisti, cari democratici?
Potete chiamarli neonazi, naziskin, finanche nazi e basta. Allontanare lo spettro della familiarità, della consuetudine, fino a dove risulta stravolta, nuovamente sconosciuta. Ma i fatti restano lì, implacabili. Sono stati loro, i soliti, gli stessi di sempre.
Loro i metodi. Loro le pratiche.
E voi pure.
Non siamo sociologi, non siamo criminologi, non siamo investigatori.
Eppure abbiamo capito immediatamente a cosa stavamo andando incontro. Non appena la notizia è apparsa sui siti d’informazione, sotto forma di pillola allucinogena: “Pestato per una sigaretta”.
Sarebbe affascinante, a volte, presentarsi a casa di certi articolisti, di certi opinionisti, e dirgli con fare garbato ma fermo: “Fatevi un giro con noi”. Il dibattito incastrato su binari marci ed abusati, errati, che promettevano di portare dritti al bullismo, alla violenza del branco, ai capelli strappati di una generazione che non comunica, a genitori frettolosi e carrieristi, a Maria De Filippi e a Simona Ventura. E così è stato. Mentre la cosa, estrapolata dai talk-show, non quadrava affatto. Per giorni è diventato centrale il pretesto, incastrato a martellate: “In coma per una sigaretta”. Avrebbero potuto chiedere l’orario, sarebbe stato uguale. O una cosa incomprensibile, uno scioglilingua, giusto per farsi dare retta, per bloccare il passo svelto delle prede scelte. Perché l’obiettivo era stanato, bisognava passare alla pratica. Un paio di minuti – anche meno – in cui avventarsi, fare groviglio di corpi, scaricare il fiotto d’adrenalina nei colpi sempre più imprecisi e potenti, sentirsi superiori, invincibili, immortali, nell’attimo della scarica, quando l’avversario è battuto e non chiede altro che finisca presto, e si dispone alla sudditanza, alla sottomissione. E i calci arrivano ovunque, con la tentazione di colpire alla testa, alla base del cranio, anche se tante volte è stato detto che alla testa è meglio evitare. Meglio spezzare una gamba, dal ginocchio in giù, che rischiare. Ma in quei momenti il padrone del destino dello sventurato non pensa a niente. È schiavo volontario di una sensazione di dominio e di liberazione. E non è neppure fondamentale che il malcapitato sia un diverso classico. Anche se a livello motivazionale influisce. Per innalzare gli acuti e sentirsi nel giusto, nell’attimo concreto dell’assolvimento di un dovere comunitario. Per dare nobiltà alla rabbia accumulata che rompe gli argini. Poi, ad un segnale imprecisato, la fuga scomposta, scoordinata, disordinata. Che coincide con l’inizio dell’epica.
Stavolta c’è scappato il morto.
E tutti a chiedersi come mai – nella città di Romeo e Giulietta, poi... – come mai, se non ce ne eravamo mai accorti. Ma se Nicola non fosse rimasto lì, sul selciato, persino se Nicola si fosse salvato in extremis dopo mesi di reparto ospedaliero, il suo pestaggio sarebbe diventato narrazione bellica, parte del mito di strada, del patrimonio locale dello stile skin. Senza scandalo, è la norma. Se già ci conoscete è perché le avete prese, cantano i Legittima offesa in Nazirock. Caratossidis, nello stesso documentario, narra l’impresa d’un agguato – spranghe, caschi e tutto il necessario... – in una scuola occupata. È compiaciuto, il camerata. S’atteggia a coraggioso combattente. Scende nei dettagli, si gongola. Poi introduce alla platea il fratello, che pure c’era a quel regolamento di conti. S’è preso un po’ di botte, il compagno. Tentava di scappare. Era un arabo, un mezzo iraniano, dice il dirigente greco-padovano di Forza Nuova. Risibile nei suoi tentativi di mettersi in salvo, di sfuggire all’inevitabile sottomissione. Ha avuto la sua lezione, che ricorderà. Perché, a differenza di Nicola, è rimasto vivo. Invece Nicola è morto, e dinanzi al suo cadavere non ci sono racconti di guerra mitizzati. Ma solo una seconda fuga. Quella dei camerati. La gara al pentitismo, alla dissociazione, esplosa come il proiettile di uno starter nel pomeriggio di domenica, all’ammassarsi di notizie in fuga. Il Veneto Skin Front che specifica: non c’entrano niente quei cinque con loro, il VSF è dedito a tutt’altre attività culturali. Caratossidis, sempre lui, è stato il primo a recitare quell’adagio che in strada è legge: “Se qualcosa va male, io non ti conosco, non ti ho mai conosciuto”. E gli eroi mancati sono diventati dei pazzi isolati per i loro stessi fratelli di sangue. Merde. Due volte merde. Anche di più. Certo, nessuno s’aspettava l’assunzione della responsabilità politica dell’atto da gente che ha già dimostrato di essere in grado di vendersi la madre pur di portare a casa la pellaccia.
Ma che il più coraggioso sia stato Fini la dice lunga.
Adesso potranno continuare a criticarlo, come traditore della Rsi e dei suoi ideali giovanili. Loro, i duri e puri che prendono le distanze per mestiere. Sta di fatto che il neo vicepresidente del Consiglio gli ha dato un assist mica da poco. E assumendosi sulle sue spalle le schegge della critica, ha indicato al media, ai Crepet, ai Vespa, la via d’uscita dall’imbarazzante imbuto, la breccia più agevole per far tornare tutto com’era prima, per smetterla di trattare i nazi da figli di papà e i figli di papà da nazi, per convincere l’opinione pubblica.
Mescolare un po’ di bandiere israeliane in fiamme con qualche accenno al supplizio che meritano i criminali, ed intanto depoliticizzare l’evento veronese, renderlo asettico episodio di disagio giovanile, sociologia. Ha fatto da parafulmine. Mentre il VSF era impegnato a parlare delle scampagnate sui monti dei suoi rasati membri, dell’aria pura e dello speck d’altura, che manco i Gruppo vacanze. Mentre i forzanuovisti erano tentati di prendere le distanze anche da Roberto Bussinello, avvocato difensore di uno degli assassini e pezzo grosso nel movimento di Fiore. In men che non si dica le posizioni della destra radicale si adegueranno – magari con scatti progressivi – alla posizione del traditore delle brigate nere. E saranno fuori dalle secche, fuori dall’occhio di bue del riflettore. Potranno tornare ad apparentarsi con i liberali e gestire cospicui finanziamenti (i due latitanti dell’omicidio di Verona erano fuggiti a Londra, patria di Easy London e dell’impero finanziario forzanuovista, ed appena hanno messo piede a terra si sono affrettati a dichiarare: “Abbiamo pagato tutto coi soldi nostri”. Potessimo commissionare un’inchiesta al giornalismo nostrano, chiederemmo questa. Ma capiamo che ci sono troppi cani che sbranano vecchie e troppi pirati rumeni, le forze non bastano). Potranno tornare a narrarsi le saghe nordiche degli agguati finiti bene. Con la vittoria degli ariani sulla feccia che infesta le città. Fino al prossimo gesto che scuota la superficie dei democratici.
Corriamo un paio di rischi: la primogenitura dell’analisi e l’inazione.
Abbiamo detto prima di altri ciò che molti ancora non hanno ben compreso. Abbiamo cercato di spiegare in tutti i modi i contorni di una situazione che continua a sfuggire.
Qualcosa sta progressivamente precipitando, anche se l’immagine sembra assurda: la fisica non concepisce una caduta al rallentatore, un crollo per fasi. Invece è così, è quel che sta accadendo.
Siamo stanchi: di Veltroni che ci consiglia paternamente di “non sottovalutare” e poi considera “egualmente gravi” i fatti di Torino e quelli di Verona; stanchi della mancanza di interlocutori coscienti; della disinformazione che – da qualche tempo a questa parte – inserisce gli ultras come causa scatenante di tutto; della mancanza di memoria delle istituzioni; della mancanza di coraggio.
E soprattutto stanchi di subire colpi senza reagire come si dovrebbe. Con forza e unità. Il messaggio è qui: nero su bianco. Va in ogni direzione, spinto dai venti dell’interpretazione.
Che si ricominci da capo, per un’altra occasione da non perdere. Che ci si renda conto del momento, che ci si attrezzi alla bisogna. Siamo di nuovo disposti a ragionarci su, con chiunque parta dal nostro stesso sentire.
Abbiamo ancora fiato per gridare all’arrembaggio, ma neanche il fiato è eterno.
da "Plebe" n.27, 06/2008
Checchino Antonini
Fonte: Liberazione, 29 agosto 2006
29 agosto 2006
Chi ha ucciso Renato è sceso da una macchina grigia con il coltello in mano. E ha mirato direttamente al petto. Poi ha ferito chi era con lui. La sua ragazza e l'amico di sempre. Erano le cinque del mattino di domenica. Renato Biagetti aveva 26 anni ed era stato a un concerto reggae sul litorale romano, a Ficene, una frazione di Fiumicino. Una serata tranquilla, come tante altre. Fino all'alba quando sta per tornare a Roma, nel quartiere di Grotta Perfetta. Proprio fuori dal chiosco, sulla spiaggia, una macchina grigia metallizzata accosta la vettura dove Renato e i suoi amici sono appena saliti. «E' finita la festa?». «Sì? E allora perché non ve ne andate a Roma?!», ha detto uno dei due che era a bordo prima di scendere con la lama tra le dita. Tre colpi al cuore e ai polmoni di Renato. E ferite più lievi per i suoi compagni di sventura. Lei ha trent'anni, l'altro 29. Saranno loro e qualcuno accorso dal chiosco a fornire ai carabinieri le prime notizie sull'accaduto. Poi ieri sera, quella che sembra una svolta nelle indagini. E, mentre Liberazione va in stampa, una colonna di cronisti si avvia verso la questura di Fiumicino.
Ma parlerà coi carabinieri anche Renato. Lo farà al Grassi di Ostia mentre aspetta un paio d'ore, pare, prima di entrare in sala operatoria. E' lì che morirà, intorno a mezzogiorno. «Dopo un'attesa inspiegabile e inaccettabile», scrivono gli amici e le amiche di Acribax. Perché Renato era un compagno, dei tanti che si riconoscono nelle attività del Laboratorio occupato che una volta era il Cinodromo di Ponte Marconi.
Renato era un ingegnere fresco di laurea e faceva il precario nel rutilante mondo della musica. Tecnico del suono. Un ragazzo come tanti, dolcissimo, amato da tutti. Che altro possono dire di lui alla Montagnola, il suo quartiere, attraversato dai cronisti per tutta la domenica, fino a buio.
Passava ad Acrobax tutti i giorni. Per amicizia, per politica. Suo fratello Dario, "Darione", è proprio uno degli occupanti e animatore della squadra di rugby, gli All Reds, palla ovale e impegno politico per sfatare il brutto mito che avvolge quello sport, un mito che lo vorrebbe macista e fascisteggiante e non denso di lealtà. socialità, rispetto. Renato, invece, gli stessi principi li applicava nel calcio con la maglia tutta rossa. E gli piaceva la musica, il reggae specialmente.
Oggi è attesa l'autopsia, domani o dopodomani, probabilmente, i funerali, anzi «un ricordo di Renato ne suo spazio, Acrobax», dicono i suoi compagni che da 48 ore cercano di capire, di trovare testimoni. Solo ieri sera un primo comunicato: «Non si è trattato di una rissa tra balordi all'uscita di una delle discoteche del litorale ma di uno dei tanti episodi che si iscrive dentro un clima sociale, politico e culturale di intolleranza determinato dalle destre in Italia. Non sappiamo chi sono questi delinquenti ma queste pratiche ci ricordano da vicino le tante aggressioni agli spazi sociali e alle persone che li attraversano che si sono ripetute a Roma e altrove».
«So come la pensava Renato», ha detto la mamma del ragazzo, morto, ai compagni di Acrobax, chiedendo loro di ospitare l'ultimo saluto a suo figlio. Renato era rimasto impressionato da altri funerali, pochi mesi fa nell'ex Cinodromo. Quelli di Antonio, giovane come lui e come lui morto al Grassi di Ostia. Lo stesso annuncio, la famiglia lo ha fatto a Massimiliano Smeriglio, segretario romano di Rifondazione che, prima di essere eletto deputato è stato presidente del Municipio dove vivono i Biagetti e dove ha trovato casa Acrobax. «Il suo assassinio - dice Smeriglio - oltre a costringerci a prendere atto di un'immensa tragedia, ci condanna a troppe domande al momento senza risposta. L'assurdità delle dinamiche in cui sembra essersi consumato sta dando adito a varie ipotesi che vanno dall'atto casuale di "balordi" a quella dell'agguato politico premeditato; ma forse quello che non viene indagato è il terreno esistente tra questi due estremi, un luogo dove l'intolleranza si trasforma in violenza inaudita, in sé già sproporzionata per qualsiasi movente. In questo clima sconcertato, i compagni e gli amici di Renato meritano un plauso per il grande senso di responsabilità e civiltà con cui stanno gestendo la loro rabbia sacrosanta. Ma ciò non significa che dobbiamo rassegnarci tutti a convivere con l'ipotesi di poter morire per aver partecipato ad una dance hall su una spiaggia».
La serata di sabato a Focene era promossa dalla cooperativa sociale che gestisce il chiosco sulla spiaggia, il "Buena Onda". Ieri pomeriggio c'era poca gente, come tutti i lunedì. Ma non c'era la solita musica. «Per rispetto», spiegano Piero ed Ennio. L'altro socio, Vladimiro, è in caserma per la testimonianza. Da quattro anni gestiscono il chiosco, forniscono servizi a chi frequenta la spiaggia libera e organizzano feste con musica. Dal reggae all'elettronica al jazz. Dopo un avvio un po' difficile per la diffidenza dei residenti tutto sembra filare liscio. Focene, 2mila abitanti, è solo un vialone stretto schiacciato tra il recinto dell'aeroporto e il mare. A nord c'è Fregene, a sud, oltre la foce del Tevere, ci sono Fiumicino e poi Ostia. Non c'è nemmeno una vera e propria piazza. Ma certo non è un ghetto. Piuttosto è un classico paese di mare nato alla rinfusa ma sostanzialmente tranquillo. Certe sere d'inverno anche troppo. Si dice che anche la "mafia dei chioschi", virulenta soprattutto sotto Roma, non sia ancora arrivata. «Con Gela, quello di Fiumicino è il posto più abusivo d'Italia anche se negli ultimi anni la situazione sembra cambiare. Non crediamo alla pista politica, altrimenti non sarebbero venuti in due», spiegano al cronista i gestori del Buena Onda. Una signora che abita proprio di fronte indica i cerchi di gesso che segnano le tracce di sangue e i tratteggi della scientifica intorno al corpo di Renato. Sembrano scarabocchi di un ragazzino. Qualcuno ha sentito e visto, è sceso attirato dall'aria strana denunciata dai cani irrequieti dietro i recinti delle villette. Ci sarebbe un identikit e, in serata, si sparge la voce di un nuovo teste che confermerebbe la testimonianza di Laura e Paolo che erano con Renato quando sono arrivati i due della macchina grigia: «Alti, sul metro e ottanta, corpulenti». E italiani. La frase chiave potrebbe essere quella che rimbomba da ore nella loro testa: «Andatevene perché Focene non è un posto per voi». Un'altra voce che circola sul tardi a Ostia dice che potrebbero essere già sotto la custodia dei carabinieri. Al momento di andare in stampa non esiste conferma. Vicinanza alla famiglia e ad Acrobax è stata manifestata anche dal successore di Smeriglio al Decimo Municipio, Andrea Scatarci, dall'assessora regionale al Lavoro, Alessadra Tibaldi, da Anna Pizzo, giornalista di Carta e consigliera per il Prc alla Pisana.
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