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DIAVOLO DI UN VESCOVO



Oggi è l'ultimo giorno di lavoro del vescovo di Caserta. Quando arrivò, fu apostrofato dalla Dc come un «diavolo amico dei marxisti». La guerra alla malapolitica e alla camorra, gli scontri con Ruini, le campagne contro la Bossi-Fini al fianco degli immigrati

DALLA PARTE DEL TORTO: IN PENSIONE MONS. NOGARO

Quel vescovo «è un diavolo, è amico dei marxisti, se fossi san Pietro lo manderei all'inferno». Così nel 1992 Giuseppe Santonastaso - all'epoca ras demitiano della Dc casertana, più volte sottosegretario ai Trasporti dei governi Craxi e Andreotti negli anni di tangentopoli, poi condannato sette anni e mezzo di carcere per concussione - parlava di Raffaele Nogaro, vescovo di Caserta, che da quando era arrivato in città denunciava la corruzione e le infiltrazioni della camorra nella politica e aveva spezzato il collateralismo Chiesa-Democrazia Cristiana.

Oggi, compiuti 75 anni e quindi obbligato alle dimissioni secondo la norma canonica, Nogaro va in pensione (al suo posto arriva il responsabile dell'otto per mille, mons. Pietro Farina, che inizia il mandato con una messa solenne e decisamente poco sobria alle ore 19 nel piazzale delle bandiere della Reggia, nell'area dell'Aeronautica militare) e, come venti anni fa, i politici di palazzo, contraddicendo l'abituale ossequio nei confronti delle gerarchie ecclesiastiche, salutano con sollievo la partenza di un vescovo sempre scomodo e mai disponibile a compromessi.

La «cittadinanza emerita» gliel'hanno però conferita dal basso i cittadini, credenti e non credenti, militanti dei gruppi cattolici e del centro sociale Ex Canapificio, in una affollata manifestazione lo scorso 30 giugno, all'università: alcuni abitanti dei nove Comuni della diocesi di Caserta insieme al senegalese Mamadou Sy in rappresentanza del movimento dei migranti e dei rifugiati hanno consegnato il riconoscimento dei «cittadini sovrani» al vescovo che - si legge nella loro lettera aperta - ha messo gli ultimi e gli esclusi «al primo posto» di un episcopato «tutto teso alla difesa della vita, della salute, del territorio e delle sue risorse locali e della dignità di tutti gli esseri umani residenti nella diocesi».

Quando giunge a Caserta alla fine del 1990 - dopo otto anni a Sessa Aurunca, dove era stato mandato a fare il vescovo direttamente da casa sua, il Friuli - appare subito chiaro da che parte sta: chiede che la Giunta comunale a maggioranza democristiana - che ha appena respinto la richiesta della Caritas diocesana di uno stanziamento di 50 milioni di lire per un centro di accoglienza per immigrati - non spenda una lira per festeggiarlo, ma che ci sia una cerimonia solo religiosa. La richiesta però non viene esaudita e l'amministrazione, forse con la speranza arruolarlo fra i suoi, investe 30 milioni per salutare l'ingresso in diocesi di Nogaro, regalandogli fra l'altro una chiave della città del valore di 4 milioni.

La lettera aperta ai cristiani
Negli anni successivi non mancheranno le frizioni fra la Dc e il vescovo che critica il collateralismo della Chiesa e il dogma dell'unità dei cattolici sotto lo scudocrociato sostenuto dal cardinale Camillo Ruini, neo presidente della Conferenza episcopale italiana, e si attira attacchi e minacce di querele da parte dei notabili democristiani che vedono scalfito il loro blocco di potere e le loro clientele. In questo periodo Nogaro sostiene una coraggiosa «lettera aperta ai cristiani di Caserta» di 11 associazioni cattoliche (fra cui Azione Cattolica, Acli e Agesci) che denuncia l'uso strumentale della religione e la corruzione all'interno della Dc casertana.
Dalla lettera scaturirà poi "Alleanza per Caserta nuova", lista elettorale formata dai cattolici di base e dai partiti della sinistra che nel 1993 vince le elezioni comunali, interrompendo mezzo secolo di egemonia democristiana.

Saldamente ancorato al Vangelo, il ministero episcopale di Nogaro non è spiritualistico e disincarnato ma centrato sui problemi e sui bisogni concreti delle donne e degli uomini: denuncia la malasanità, l'illegalità e la corruzione, mette sotto accusa l'abusivismo e la speculazione edilizia, è in prima linea nella difesa dell'ambiente, contro le cave e le discariche che assediano Caserta e minano la salute delle persone.
E anche contro la camorra, che nel 1994 uccide don Giuseppe Diana, il prete che contrastava i boss di Casal di Principe:
«Nella tua testimonianza - dirà il vescovo dopo l'omicidio di don Diana - avevo visto una Chiesa nuova, una Chiesa non più compromessa con il potere».

Il 1994 è anche l'anno della prima vittoria elettorale di Silvio Berlusconi, e Nogaro non manca di far sentire la propria voce per mettere in guardia la Chiesa dal rischio di un nuovo abbraccio mortale con Forza Italia al posto della Dc e per contrastare gli attacchi contro gli immigrati della destra di governo, neo-fascista e leghista. Ma sarà altrettanto duro e intransigente nei confronti dei governi di centro-sinistra e della legge Turco-Napolitano che introduce i Centri di permanenza temporanea, moderni lager per gli immigrati clandestini. Negli ultimi anni, poi, denuncia la «nuova apartheid» della Bossi-Fini, proclama la «disobbedienza civile» e, appena due settimane fa, scende in piazza contro il «pacchetto sicurezza» e distribuisce, insieme ai comboniani e ai centri sociali, i «permessi di soggiorno di nome di Dio».

Pacifismo e antimilitarismo
La pace e l'antimilitarismo sono gli altri punti forti dell'episcopato di Nogaro. Durante le guerre dei Balcani va in Kosovo, con il vescovo di Ivrea Luigi Bettazzi e i pacifisti, per portare sostegno alle popolazioni martoriate dal conflitto. Insieme a Pax Christi - di cui, per i veti del cardinale Ruini, non sarà mai presidente - chiede la smilitarizzazione dei cappellani militari. E dopo l'attentato alle Torri gemelle dell'11 settembre 2001, con l'inizio della "guerra infinita" di Bush a cui si associa subito l'Italia di nuovo berlusconiana, critica i parlamentari cattolici che hanno approvato l'intervento militare in Afghanistan, scatenando le ire dell'ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga che lo accusa di «presunzione dottrinale» e «arroganza autoritaria» e ne chiede la rimozione dall'incarico.
Due anni dopo c'è la strage dei militari italiani a Nassiriya, in Iraq, Nogaro si dissocia dalla retorica collettiva e avverte:
«Bisogna fare attenzione a non esaltare il culto dei martiri e degli eroi della patria, strumentalizzando la morte di questi nostri giovani per legittimare guerre ingiuste». E stavolta è il ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu - ma Cossiga non gli fa mancare il suo sostegno - a chiedere la cacciata del vescovo.

Negli ultimi anni, a Caserta, ancora l'impegno per la città: si schiera, anche occupandola, contro l'apertura di una nuova discarica a Lo Uttaro, un sito già inquinato da rifiuti tossici e collocato in una zona densamente popolata della città, attirandosi il pubblico rimprovero del commissario all'emergenza rifiuti Guido Bertolaso e dell'allora segretario della Cei monsignor Giuseppe Betori; dà il via e appoggia la battaglia, tutt'ora in corso, per il Macrico, una ex area militare di 33 ettari di proprietà dell'Istituto per il sostentamento del clero, a due passi dalla Reggia, che i cittadini vorrebbero trasformata in un'area verde pubblica e non data in pasto ai palazzinari.

Lontani dal potere
Se ne va oggi il vescovo Nogaro, ma ribadisce la sua visione, ancora irrealizzata, di una Chiesa lontana dal potere e vicina agli ultimi. «Il Vangelo non è più la trasparenza della Chiesa, viene compromesso da tutte le vicende politiche della Chiesa stessa» che «sembra voler essere l'autovelox della morale: sta nascosta dietro l'angolo e quando la cultura sfreccia e magari sembra violare, per eccesso di velocità, soprattutto i temi della morale - l'aborto, l'eutanasia, la fecondazione artificiale, la famiglie, le coppie di fatto, i divorziati, gli omosessuali - eleva sanzioni». È spesso una «Chiesa autoreferenziale», che «confonde facilmente i suoi fini con i suoi interessi». Vorrei invece, prosegue, «una Chiesa di frontiera, e la frontiera è fuori dal tempio, è un luogo esposto, è il luogo degli arrivi e delle partenze, dell'imprevisto e dell'inedito». Una Chiesa capace di «difendere l'uomo dal dominio incontrollato delle istituzioni e delle corporazioni, che rischiano di renderlo puro strumento della loro volontà di potenza; di allargare gli ordinamenti democratici, che esprimono la sovranità popolare, per rendere attiva sempre la libertà personale; di difendere l'uguaglianza tra gli uomini, impedire lo sfruttamento di una classe sull'altra, di un popolo su un altro e combattere apertamente l'onnipotenza del capitale e del profitto, della mafia e della camorra».

E a proposito di camorra, con l'esperienza di chi la conosce da vicino, dice ancora: «Le gerarchie ecclesiastiche sono molto preoccupate di difendersi dai nemici ideologici, comunisti, laicisti di ogni genere, e sottovalutano l'inquinamento morale e civile causato dai poteri illegali. I camorristi, che pure sradicano il Vangelo dal cuore della nostra gente, negando ogni forma di amore del prossimo, diventano facilmente promotori delle iniziative della ritualità religiosa e della collettività. Proteggono un certo ordine stabilito, e quindi vengono corteggiati dalle istituzioni. E, per un falso amore di pace, la Chiesa tace».

Luca Kocci - Il Manifesto - 5 luglio 2009

Fare Santo don Giuseppe Diana

CASERTA - “Hanno fatto santo Escrivà de Balaguer e tanti altri che hanno approfittato della Chiesa, perché non fare santi quelli come don Peppino Diana che per la chiesa hanno dato la vita?“

Raffaele Nogaro vescovo emerito di Caserta, ritorna su don Diana, a pochi giorni dal sedicesimo anniversario della sua uccisione a Casal di Principe per mano della camorra.

Don Diana fu ammazzato nella sagrestia della sua parrocchia, il 19 marzo del 1994. Nogaro, suo amico, da tempo si batte perché la Chiesa assuma la figura di don Diana come modello di giustizia, di santità.

“Per resistere in modo vivo – dice Nogaro - e in modo popolare, anche contro tutto il processo della malavita che abbiamo nelle nostre zone. Se la Chiesa potesse dichiarare un santo della giustizia perché ha pagato per mano della camorra, ne acquisterebbe in dignità. E non c’è bisogno di ricorrere alla scomunica nei confronti dei camorristi, perché in questo modo gli stessi camorristi capirebbero che non val la pena che professino tanta fede religiosa. La scomunica, peraltro - sostiene ancora Nogaro - è stata sempre usata a sproposito nella Chiesa. Per me, ad esempio, Pio XII non dovrebbe essere fatto santo. Non tanto perché non ha parlato al momento delle leggi razziali, ma perché ha dato la scomunica ai comunisti. I primi comunisti, quelli che io confessavo quando ero giovane prete – ricorda il vescovo emerito di Caserta - era povera gente che, avendo sentito il messaggio della speranza, tentava di fare scelte per liberarsi da quella condizione di umiliazione e di sudditanza che avevano nei confronti del Conte. Da noi, in Friuli, all’epoca la terra era ancora del Conte. Poveretti, era l’unica forma per potersi riscattare e alzare la testa un po’ dalla loro condizione di schiavitù. Solo che per loro c’era la scomunica. Un modo per annientare un uomo spiritualmente.

Invece Carlo Marx per me è un santo e devono farlo prima o poi. Lui ha reso protagonista il povero. Si badi, non ha fatto la scelta prioritaria del povero, ma ha parlato del protagonismo del povero. Lo stesso protagonista di cui parla il Vangelo, in Marx è trasfigurato nella forma più alta, nel proletariato. Il suo è l’annuncio del Vangelo in modo genuino. E dunque, se dico che può essere fatto santo Marx, a maggior ragione figuriamoci don Diana. Però non farei tanto il discorso della santità. Chissà chi è santo. Io direi di farlo beato. Uno quando realizza se stesso e lo realizza in funzione del bene degli altri, è “Makairos”, come dice il Vangelo, cioè Beato, Fortunato. E questo è genuino. Invece la santità è soltanto di Dio. Nel Makairos, il fortunato, il riuscito, è quello che veramente paga per gli altri. Quello che ha interpretato fino in fondo il vangelo. Don Peppino Diana è “Makairos”, come Papa Giovanni XXXIII che ha scavalcato i poteri e la ricchezza della chiesa, come per dire: “Sono un povero fratello come voi. Se volete, anche padre, ma prima di tutto fratello”. E’ bellissimo che Don Diana possa diventare veramente un “Makairos”, un fortunato della Chiesa e della società prima di tutto".

Raffaele Sardo - 6mar10